Come la cultura ci ha insegnato a lottare contro l’Omofobia, la Bifobia e la Transfobia

La potenza avuta dalla cultura, inclusa quella di massa, ha sempre fatto sì che alcuni temi difficili e divisivi abbiano avuto dei tentativi di sdoganamento primordiali anche in anni ancora vergini di dibattito. Esemplare è la tematica LGBT, oggi accresciuta e diventata LGBTQIA, un universo ancora più inclusivo che ha messo le radici per una tavola rotonda significativa che legittimasse finalmente i diritti di, rispettivamente, lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer e intersessuali. Oggi 17 maggio è la Giornata Internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia. Ad aver lottato per la parità dei diritti della comunità, nonché ad aver promosso l’apertura ad una riflessione in merito, è stato anche il cinema, la letteratura, le serie TV, il teatro, la danza ed ogni altra forma d’arte. In questo articolo faremo una traversata rapida ed indolore su tutti i luoghi dove ci piace poggiare i piedi per ricordare che la diversità esiste solo nella mente di chi non sa scorgere l’amore in ogni sfumatura.

Serie tv

Vedere oggi delle scene spinte tra persone dello stesso sesso non scombussola più lo stomaco del binger watcher più bigotto, soprattutto dopo aver fatto il callo con le serie prodotte da ShowTime. Ma ricordate di quando ci intenerivamo pieni di curiosità davanti ai personaggi gay, ancora non dichiarati, dei telefilm anni ’90? Sicuramente non potrete scordarvi delle scena in cui Jack McPhee di Dawson’s Creek (Sony Picture Television) ( faceva il suo coming out nell’episodio ‘That Is the Question’, lasciando tutti a bocca aperta (noi un po’ meno perché ce lo immaginavamo, e alla fine finiamo anche per invidiargli il fratello di Pacey!). I disagi provati dal ragazzo nel riuscire a manifestare la propria vera identità, contro il padre e il bullismo a scuola, incarnavano un sentimento molto difficoltoso da far provare allo spettatore, il quale non sapeva se affezionarsi a questo personaggio oppure no. Ma a fare la storia negli anni ’90 sono stati soprattutto Melrose Place, Xena, Buffy l’Ammazzavampiri e ancora Will & Grace, e infine l’esplosione dei sensi con The L Word (Show Time). In quest’ultimo, venivano narrate le vite di un gruppo di amiche lesbiche, fuori e dentro le lenzuola, avvicinandoci sempre di più al mondo della comunità LGBT. Shane, chi se la dimentica?

Lo stesso impatto non lo abbiamo più di certo oggi, quando ci inteneriamo di fronte ai bulli ed evitanti Adam di Sex Education (Netflix) o Mickey Milkovich di Shameless (Showtime) che fanno di tutto per portare in alto la bandiera del machismo e infine ci fanno sciogliere in scene strappalacrime che ci porteremo sempre nel cuore. La loro battaglia contro il nascondimento di un amore è davvero una grande vittoria che. se non ci fossero stati tutti i vari Jack, le Willow o le Xena, molto probabilmente non avrebbero mai portato a casa.

E non ci sarebbe stata di certo l’attenzione posta oggi anche per la comunità queer, trans o gender fluid. L’acclamata serie di Ryan Murphy, Brad Falchuk e Steven Canal, Pose (FX), non teme oggi di mettere a nudo ogni segreto e difficoltà della comunità trans o di sdoganare l’essenza della femminilità. Le storie di Blanca, Angel, Lulu, Elektra e tutti gli altri, esplodono nelle ballroom newyorkesi degli anni ’80 e ’90 durante l’ascesa di Trump e l’affacciarsi dell’HIV.

Film

Sarebbero tantissimi i film da citare su questa tematica così importante, così abbiamo deciso di parlarvi di uno forse un po’ meno conosciuto.

Gocce d’acqua su pietre roventi (Gouttes d’eau sur pierres brûlantes, 2000) ricorre alla dimensione della performance per evidenziare i rapporti di forza tra i suoi personaggi.

Il film, diretto da François Ozon e tratto da una pièce teatrale di Rainer Werner Fassbinder, narra del complicato rapporto tra il diciannovenne Franz (Malik Zidi) e il cinquantenne Léopold (Bernard Giraudeau), che si sviluppa interamente nella casa di quest’ultimo, dove a un certo punto sopraggiungono la transessuale Vera (Anna Thomson), già compagna di Léopold, e la fidanzatina di Franz, Anna (Ludivine Sagnier).

Verso la fine, l’uomo fa partire il brano “Tanze Samba mit mir“, coinvolgendo tutti i presenti in una performance in cui veste i panni sia del coreografo sia del ballerino principale. I tre deboli compagni senza battere ciglio sono guidati come burattini in una danza, in un appartamento trasformato magicamente in discoteca. Leopold guarda con confidenza frontalmente verso la macchina da presa, muovendo le braccia e ruotando i fianchi; Anna ridacchia e gli rivolge falsi sorrisi ammiccanti, prendendolo come punto di riferimento; Vera infine riporta a galla il suo cool naturale per realizzare una serie di credibili movenze.

Così la dinamica cristallizza i rapporti di forza tra i personaggi, intrappolandoli nei loro ruoli preordinati in modo ancora più stringente: di guida (Leonard, che non a caso è quello che decreta la fine della parentesi con un secco battito di mani) e di collaboratrici (Anna e Vera).

Libri

La letteratura, sin dai tempi più antichi, ci ha narrato storie d’amore che vanno oltre il genere e la sessualità: basti pensare ad Achille e Patroclo nell’Iliade, al mito di Zefiro e Giacinto, alla storia del pastore Coridone e di Alexis narrata nelle Bucoliche di Virgilio, o ai racconti su Alessandro Magno.

Nel corso della storia sono moltissimi i libri dedicati alle tematiche LGBTQIA e all’amore in tutte le forme: ce ne dà testimonianza il gotico Carmilla (1872) di Joseph Sheridan Le Fanu, la vita e le opere di Oscar Wilde (1854-1900), Virginia Woolf con il suo Orlando (1928), oppure David Herbert Lawrence con L’arcobaleno (1915) e anche Fannie Flagg con Pomodori verdi fritti al caffé di Whistle Stop(1987).

Un esempio iconico della letteratura contemporanea è Middlesex di Jeffrey Eugenides (2002). L’intera storia ruota intorno alla domanda: “Cosa rende ciascuno di noi maschi o femminine? La biologia o il bagaglio culturale che abbiamo accumulato dal giorno della nascita?”.

È la storia di Calliope, detta Callie e poi Cal, la storia di una bambina che crede di essere come le altre fino al giorno in cui scopre, attraverso continui salti temporali, che nel suo DNA si nasconde un misterioso gene che da generazioni è eredità della sua famiglia ed è arrivato fino a lei: Callie è un ermafrodito, un “mostro” per il suo mondo.

Ed è così che Callie compie un viaggio alla scoperta di se stessa, attraverso il suo essere né uomo né donna, ma entrambe le cose. Un esempio di come il senso del destino e l’eredità familiare si uniscano e si oppongano alla volontà di essere artefici di se stessi, di dar voce ai propri desideri, alla propria sessualità, ai propri sentimenti.

Da questa storia è stata tratta un’opera teatrale Mdlsx a cura dal gruppo Motus, in cui il ruolo di Callie/Cal è interpretato da Silvia Calderoni.

Un altro esempio è Non ci sono solo le arance (Oranges Are Not the Only Fruit) di Jeanette Winterson (1985), un racconto semi-autobiografico, che narra la storia di una giovane ragazza cresciuta in una comunità pentecostale e bigotta.

E così l’esplorazione del suo amore verso un’altra ragazza viene visto come qualcosa di satanico che deve essere esorcizzato. È con una sottile ironia che la scrittrice e protagonista del libro affronta l’ignoranza e il bigottismo non lasciandosi mai andare alla rabbia o al rancore: “Non ci sono solo le arance” dice lei che accetta le persone per come sono.

Negli ultimi anni la tematica è arrivata anche nel mondo fantasy, ne sono esempi Nevernight di Jay Kristoff, Il priorato dell’albero delle arance di Samantha Shannon, Gideon la Nona di Tamsyn Muir, Shadowhunters di Cassandra Clare e Captive Prince di C. S. Pacat.

Teatro

Tony Kushner è ritenuto tra i più influenti drammaturghi che ha imposto l’importanza della sua voce nella comunità LGBT americana. Il suo nome è inscindibile dal suo capolavoro, Angels in America – Fantasia gay sui temi nazionali, l’opera teatrale in due parti, composta da Si avvicina il millennio e Perestroika.

Questo spettacolo debuttò, per la prima volta, a Broadway nel 1993 e il suo successo fu immediato. Nel 2009 arrivò anche in Italia sui palchi milanesi, grazie alla trasposizione voluta dalla coppia di registi composta da Ferdinando Bruni e Elio De Capitani, ed è tornato di nuovo in scena dieci anni dopo nel Novembre 2019, sempre al teatro Elfo Puccini.

Angels in America inizia dalla metà degli anni Ottanta, momento drammatico per la crisi causata dalla “pestilenza del Ventesimo secolo”, il motivo scatenante della stesura stessa dell’opera da parte dell’autore. Quest’ultimo inizia a scrivere nel 1987 su commissione del regista Oskar Eustis, che gli chiede una commedia sull’impatto dell’AIDS nella comunità gay, di analizzare la vita di un omosessuale durante la presidenza di Reagan.

Ma come suggerisce il titolo non è una classica pièce, ma un “teatro del favoloso“, che spazia tra sogno e realtà, tra il dramma e la commedia, che rappresenta ” una Divina Commedia per un’età laica e tormentata”. Prior Walter, uno dei protagonisti, durante tutta l’opera vivrà diverse visioni e incontri sovrannaturali, come quello con un Angelo che annuncerà al ragazzo che lui è un profeta.

Lo spettatore quindi ha la possibilità di farsi trasportare nella vivida rappresentazione della New York del 1985, seguendo le vicende di una giovane coppia gay, perseguitata dallo spettro dell’AIDS, un Repubblicano Mormone sposato che lotta con la sua identità sessuale, un infermiere di colore con un passato da drag queen e per finire uno spietato avvocato omofobo maccartista ammalato di HIV.

L’introduzione dell’elemento gay-camp è essenziale, tanto da aprire la via a un proprio canone, innalzando il tenore del tema fino a quel momento rimasto relegato alla cultura underground. Per concludere esiste anche una trasposizione televisiva del 2003, una miniserie HBO composta da sei puntate, vincitrice di cinque Golden Globe e di ben undici Emmy Awards.

Danza

«Le performance segnano le identità, piegano il tempo, rimodellano e adornano il corpo e raccontano storie» così lo studioso Richard Schechner definisce quello che è parte integrante della pratica Voguing.

Ma di cosa parliamo? Si tratta di una danza che tiene conto della soggettività dell’individuo e della cultura della minoranza rappresentata. Ha infatti avuto origine alla fine degli anni Sessanta in un periodo il cui inizio era stato segnato dai noti eventi delle rivolte di Stonewall, che hanno coinvolto la comunità LGBTQIA, sempre in lotta per i propri diritti. In particolare, il voguing era un modo di esprimersi utilizzato dalle comunità omosessuali afroamericane e latinoamericane di New York, Atlanta, Los Angeles, Philadelphia, Washington, Miami, Detroit e Chicago.

Queste minoranze hanno dovuto affrontare una potenziale e completa esclusione dalla società, da qui la tensione per emergere e sfuggire alla minaccia dell’oblio, cosa che hanno fatto, imitando e capovolgendo gli standard di bellezza dei quartieri alti, principalmente quelli promossi dalla popolare rivista «Vogue» – il cui titolo ha ispirato il nome del movimento – che è diventata in quegli anni la «Bibbia della moda». Inteso come il manifesto dell’alta società di New York, dal dicembre 1972 «Vogue» è diventato un mensile, ed è stato elogiato da ogni fashion victim in America. 

Allo stesso tempo, è diventato anche più accessibile a un pubblico più ampio, dando alle classi inferiori una speranza di emancipazione, sia a livello politico che culturale.

Sono state la postura, lo sguardo, la posizione delle braccia e quella dei fianchi dei modelli in copertina delle riviste che per primi hanno stabilito le regole del voguing. Con l’uso di piume e paillettes, i voguers provenivano dalla periferia delle grandi città con la volontà di esprimere la propria personalità e mostrando apertamente la propria identità sessuale. Si incontravano nei locali gay, nei club e nelle discoteche, tutti luoghi che presto sarebbero diventati il ​​centro principale di quella filosofia neonata, che in realtà si stava trasformando in uno stile di vita. Il merito dell’apertura al grande pubblico del fenomeno voguing va alla pop star italo-americana Madonna, per l’uscita di uno dei suoi video: Vogue.

Elisabetta, Luca, Noemi, Gabriella, Simona