Il Maggio all’Infanzia 2021 ha salpato con la “Nave Dolce”

C’è un rumore nascosto che alcuni potrebbero definire fastidioso, l’ennesima scocciatura di un teatro costruito a ridosso di una stazione ferroviaria. È una sensazione scomoda, eppure è così evidente, se non addirittura necessaria. Questo sferragliare cupo, che ogni tanto le orecchie percepiscono, sembra una drammaturgia sonora non richiesta, ma giusta. Accompagna il viaggio de La nave dolce per il testo e la regia di Daniela Nicosia e prodotto da Tib Teatro. È lo spettacolo di apertura del Maggio all’Infanzia (26-30 maggio), vetrina nazionale del teatro ragazzi diretta da Teresa Ludovico e organizzata da Fondazione Sat in collaborazione con Teatri di Bari, Italiafestival e Efa – European Festivals Association. Il titolo è liberamente ispirato al docufilm del 2012 di Daniele Vicari ed il perché appare fin da subito. 

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Il palco del Radar di Monopoli accoglie uno sgabello alto verde acqua come quello dei bagnini sulle spiagge, a destra degli ormeggi ed un gancio appeso per l’attracco. Su questo trono di vedetta, il corpo vocale di Massimiliano di Corato inizia il racconto. Non si parla di vacanze né di navi da crociera, ma di una maestosa imbarcazione gravida di umanità: la Vlora che l’8 agosto del 1991 giunge nel porto di Bari, trasportando circa ventimila albanesi alla ricerca di una nuova vita e del sogno “italiano”. Si rincorrono tre idiomi diversi in questa fabula che di dolce ha solo il titolo, a testimonianza di tre differenti punti di vista: quello italo-albanese a memoria del viaggio, delle attese e dell’approdo; quello italo-pugliese, paradigma della coscienza critica barese; infine, quello dell’italiano, del bambino che si stupisce per ciò che gli appare dinanzi, del suo mondo sicuro che è improvvisamente mutato. 

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La storia crudele di brandelli di umanità da gestire, uomini e donne costipati in spazi piccoli, nel fetore di umori e sudori, nel “fango in cui si è tutti fratelli”, ma anche nemici in lotta per la sopravvivenza, investe lo sguardo dello spettatore. Stupito osserva la valanga di bottigliette di plastica, che prima planando singolarmente con piccole mongolfiere di salvataggio, poi, bruscamente cadendo a pioggia, ricopre tutto il palco. Sembrano i corpi vuoti di tutta quella gente straniera, giunta come un fiume in piena nel mare, per cercare quella libertà tanto desiderata e invisa al regime dittatoriale da cui fuggivano. 

Si dispiega il racconto a tre voci senza falsa retorica e riporta in luce i nomi delle autorità governative, quelle forze politiche che ritennero più giusto rinchiudere i ventimila all’interno dello stadio della città, dopotutto “non tutti santi” così come ricorda l’italo-albanese. Tra le folle si nascondono anche i prepotenti, i delinquenti che, ammassati nello stadio, cercano di assicurarsi con le unghie e con i denti il pane quotidiano. Ma sono pur sempre uomini, donne, bambini, madri con figli ancora da allattare, desiderosi di costruire un futuro decisamente diverso rispetto a quello da cui sono partiti. 

C’è anche quella parte di città che offre condivisione, una padella per cuocere le bontà del luogo, un lavoro perché “gli albanesi sanno ancora fare i muri a secco”. 

Ma tra i flutti della Storia, in cui anche la voce e il corpo di Massimiliano di Corato sembrano cercare aria e forza per proseguire lo speranzoso approdo della Vlora, emerge come una boa di limite quella che è l’amara verità: “Dal mare vengono e dal mare se ne vanno”. Trent’anni trascorsi, ancora a chiederci come sia possibile ripescare dall’abisso del Mar Mediterraneo, culla di civiltà sapienti, i corpi senza vita di uomini, donne, ma soprattutto bambini, alla cui vista è impossibile tenere alto lo sguardo. Il cambiamento appare solo nei nomi di partiti e figure politiche per cui gli immigrati restano un problema a cui porre rimedio con la chiusura e innalzando muri di silenzio. 

Fonte Ufficio Stampa

Tra la platea conto pochissimi adolescenti, eppure questo spettacolo dovrebbe essere per loro. L’auspicio è che presto il teatro ospiti spettatori sempre più giovani, perché la memoria non smetta mai di tacere e ricondurre al cuore.

testo e regia Daniela Nicosia

interprete Massimiliano di Corato

scene Bruno Soriato

aiuto regia Vassilij Gianmaria Mangheras

disegno luci e suono Paolo Pellicciari

sceno-tecnico Théo Longuemare

una produzione Tib Teatro

Gabriella Birardi Mazzone