Kean Proietti: gioco di attori e specchi

Quando un attore incarna un altro attore, s’innesca un gioco conturbante di rispecchiamenti e nuove forme. È il caso di Edmund Kean, i cui panni furono vestiti da un incandescente Gigi Proietti. L’opera teatrale di Raymund FitzSimons sulla vita e l’arte di uno dei più importanti interpreti tragici shakesperiani riprese linfa nella versione dell’attore romano. Debuttò alla fine degli anni Ottanta e poi fu rimessa in scena fino al 2017.

Disponibile su Raiplay https://www.raiplay.it/programmi/gigiproiettiinedmundkean nella suggestiva cornice del Globe Theater di Roma, questo lungo monologo va a ripercorrere la fase di malattia dell’esistenza del personaggio Kean, un uomo travagliato come chi dopo lunghe sofferenze trova l’apice del successo ma anche l’inevitabile declino.

Kean e il fuoco del teatro

Ma chi era Edmund Kean?

Era un attore tragico britannico, tra i più stimati del 1800, ricordato nella Storia del Teatro come uno tra i più illustri interpreti dei protagonisti maschili shakesperiani, come Riccardo III, Amleto, Otello, Macbeth e Lear. Animato da una fiamma inestinguibile di passione per la scena, pronunciò prima di incarnare Shylock de Il Mercante di Venezia: “se ci riesco potrei impazzire”. Fu un vero e proprio successo, nato dall’assoluto caso di aver sostituito l’interprete principale.

L’istrionico Proietti

Proietti si sofferma sull’invalidante malattia dell’attore, evidenziano le sue nevrosi miste ai vizi dell’alcool. Si muove all’interno di un alcova rassicurante, come può essere quella del camerino con carte gioco, altri oggetti di uso quotidiano, uno specchio e la bottiglia del brandy, sorseggiato tra battute urlate e biascicate.

In questo spazio fuori scena in senso lato, ma traslato come metafora di una dimensione intima e solipsistica, risiede l’anima stessa del personaggio. Gigi Proietti intesse un tragicomico rapporto con l’altro da sé: prova costumi, si trucca, dialoga da solo e con il pubblico, dando forma ed identità non solo all’attore britannico celebrato, ma anche tutte le figure shakespeariane, come in un magico gioco di scatole cinesi. Improvvisi attimi di pausa si mescolano e affondano dentro una malinconica considerazione dell’esistenza. Vivificata dalla passione incontenibile per il teatro, allo stesso tempo, la personalità di Kean si trasforma nella maschera di un inconsolabile dolore.

Rivedere questa messinscena a distanza di un anno dalla scomparsa dell’attore romano rappresenta una sorta di prova che il teatro e la vita spesso sono divise da un filo sottile e facilmente valicabile. La chiusa dello spettacolo è il momento finale dell’esistenza di Kean. Sul palcoscenico, secondo le testimonianze storiche, l’attore, nelle vesti di Otello, improvvisamente crollò a terra, pronunciando il suo stesso commiato.

E quell’ “addio, sto morendo…” sulle labbra di Gigi Proietti è sì riconducibile alla sua perdita, ma rappresenta anche uno slancio verso l’immortalità.