La mano del (solito) Sorrentino

Dopo aver visto l’ultima pellicola del regista napoletano Paolo Sorrentino la sensazione che si ha, uscendo dalla sala, è quella di una strano stupore misto a delusione. D’altronde con il premio Oscar (La grande Bellezza) è così ultimamente, la feroce trasfigurazione del sacro e l’enorme carica felliniana che pervade la sua cinematografia può causare qualche lieve sbandamento.

Io ricordo il regista napoletano degli esordi, in particolare ricordo quello a cavallo tra Le conseguenze dell’amore (2004) e Il Divo (2008) con Toni Servillo. Forse i sue due film più simbolici per certi versi, quelli che ne segnano il passaggio nell’alta cinematografia, saldando inevitabilmente la sua sorte a quella di qualcun altro, l’attore Servillo, come in un matrimonio ben riuscito al pari di Scorsese e Di Caprio, Ricordo quella mano delicata e intima, quel tocco autoriale che negli ultimi anni è stato lentamente fagocitato dalla macchina del successo.

Con questo non voglio dire che il premio Hollywoodiano lo abbia in qualche modo imbastardito, brutalmente compromesso, un riconoscimento vale tanto, specie per L’Italia all’estero, ma credo che si sia scambiato l’Oscar per il sangue di San Gennaro, un miracolo da doversi ripercorrere all’infinito.

Da campano ero rimasto stupito anni fa dal racconto di Roma in salsa post-Berlusconiana sull’orlo dell’abisso, di una farsa Dolce Vita sul viale del tramonto. Ma rimango oggi un po’ deluso dall’aver visto trasportato quel modello su Napoli e i Napoletani scadendo i numerosi cliché, nella maschera che viene portata alla sua ennesima potenza quasi in un carnevale della memoria.

Un film ricco di numerose suggestioni, dall’arrivo di Maradona a Napoli all’incontro scontro con il regista e mentore Antonio Capuano, la città che proprio grazie al calcio viveva il suo riscatto sociale durante la fine degli anni 80, il munaciello, i contrabbandieri, l’infanzia dei ricordi, tutto bello ma tutto un po’ già visto, tutto già raccontato da Luciano De Crescenzo e Massimo Troisi, solo che questa volta il Napoletano lo si è voluto mettere al centro del circo, una bestia mostrata attraverso una gabbia di ricordi priva di quella poetica classica schietta e sublime al tempo stesso.

Nonostante gli aspetti di pancia che il film mi ha suscitato non posso che elogiare ad esempio alcune scene molto significative in cui forse ho rivisto il vero Sorrentino, come la parte relativa alla morte dei suoi genitori, di cui non voglio svelarvi altro, lì ho rivisto la carica emozionale libera da ogni costrutto artificiale, così come anche nell’incontro scontro con il regista mentore Capuano di cui ne ho apprezzato, non tanto la carica emotiva e forse inverosimile, anche in quella circostanza esagerata, quanto la bellezza dei dialoghi tra i due.

Un film da vedere, da conoscere questo è certo, anche per la bellissima Napoli e provincia che in essa vediamo, per gli attori che in modo corale hanno saputo rendere quel tocco in più, su tutti una bellissima e sorprendente Luisa Ranieri, ma a parte questo non lo so, forse ha ragione lo stesso Capuano quando al giovane Fabietto (Filippo Scotti) che interpreta un Sorrentino ancora adolescente che vorrebbe fare il cinema alla fine gli dice “Ma che cazz ce vai a fa’ a Roma?”.

Forse la sensazione è questa caro Paolo, non si può raccontare il paradiso dei diavoli attraverso la memoria, perché il rischio che si corre è quello di spogliare entrambi di autenticità, in cambio dell’applauso di un pubblico che quella città non la capirà mai.

Antonio Di Dio