La “non-scuola” delle Albe: i banchi diventano palcoscenico del Teatro

Il mese di settembre intriso di nuovi inizi, buone intenzioni e banchi di scuola offre sempre la sensazione di un’atmosfera più chiusa e circoscritta. Dopotutto è necessario tornare alle attività quotidiane, seduti belli composti e dritti dietro una scrivania e tra quattro mura. Da adolescente, fin troppo educata, iniziai ad innamorarmi del teatro per un motivo banalissimo: trovavo che su quel palcoscenico dimensionato potesse sprigiornarsi l’infinito della libertà, possibilità decisamente non concesse nella realtà. Mettersi nei panni dell’altro, essere qualcun altro. Eppure a scuola tutti mi chiamavano con il mio nome, storpiando spesso il cognome. 

Nata in Puglia, ero ignara che un bel po’ di chilometri più su, nell’entroterra romagnolo, dagli inizi del 2000, uno dei miei più grandi desideri aveva una concretezza: unire la scuola al teatro. E non farlo, secondo degli schemi prestabiliti, come “mettere in scena” i classici triti e ritriti, ma viverlo alla maniera rovesciata del Teatro delle Albe, con la loro “Non-scuola”.

Questa compagnia teatrale è nata, a Ravenna, nel 1983 dalle idee creative e lungimiranti di quattro artisti, Marco Martinelli, Ermanna Montanari, Luigi Dadina e Marcella Nonni. Cresciuta nel corso del tempo con progetti che hanno superato i confini nazionali, approdando anche in Africa, ha da sempre sviluppato il proprio percorso unendo alla ricerca del “nuovo” la lezione della Tradizione teatrale: il drammaturgo e regista Martinelli scrive i testi ispirandosi agli antichi e al tempo presente, pensando le storie per gli attori, i quali diventano così veri e propri co-autori degli spettacoli.

Come si legge dal sito, già dal 1991 La non-scuola esisteva, quando Martinelli e Maurizio Lupinelli cominciarono a tenere dei laboratori teatrali nei licei. Però non aveva ancora quel nome. “All’inizio vi parteciparono solo quaranta studenti, che poi per contagio, anno dopo anno, divennero dieci volte tanti, coinvolgendo tutte le scuole della città”.

Questi artisti erano ben consapevoli di uno dei crucci della Scuola Italiana, molte volte irrisolto: quello di inserire il “fare teatro” come pratica creativa di insegnamento e metodo pedagogico per eccellenza. 

“Scuola e teatro sono stranieri l’uno all’altra, e il loro accoppiamento è naturalmente mostruoso. Il teatro è una palestra di umanità selvatica e ribaltata, di eccessi e misura, dove si diventa quello che non si è; la scuola è il grande teatro della gerarchia e dell’imparare per tempo a essere società. Quando Cristina Ventrucci parlò di non-scuola, la definizione fu accolta senza discussioni. Il gioco è ancora oggi l’amorevole massacro della Tradizione. Non “mettere in scena”, ma “mettere in vita” i testi antichi: resuscitare Aristofane, non recitarlo. La tecnica della resurrezione parte dal fare a pezzi, disossare”.

Bello, vero? Uno degli animali simbolo delle Albe è proprio l’Asino, un dolce compagno di fatiche e lavori della terra, condannato dalla tradizione e da Collodi ad evocare l’ignoranza ottusa, ma grazie a questi artisti geniali è diventato emblema ed identità, una firma poetica che racchiude la tenerezza rivoluzionaria. 

La non scuola attraversa i decenni ed è ancora oggi pulsante. L’adolescenza e la sua pienezza hanno semplicemente bisogno di sfociare, come tanti traboccanti fiumi, nel mare della libera conoscenza e del curioso apprendimento. Ma necessitano anche di ottimi marinai a bordo di una nave invincibile che è quella del Teatro. 

Gabriella Birardi Mazzone