Sex education: molto più che una serie

Autostrada Napoli- Roma. Di ritorno verso casa, mio cugino di 13 anni ha raccontato la storia di una ragazza di soli 14 anni morta suicida per un video a sfondo sessuale fatto girare tra i ragazzi di una scuola. Quelle poche parole buttate lì da un bambino che si affaccia all’adolescenza. Un po’ per caso, un po’ magari senza constatarne il forte impatto su di me hanno segnato quel viaggio. Circa 24 ore prima ero in camera mia intento a guardare l’ultima puntata della terza stagione di Sex Education, nella sana speranza che questa non sia l’ultima, sento il bisogno di capire cosa succederà tra Maeve e Otis, e tra Adam ed Eric.

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Aimee, Maeve, Otis

Una serie quella britannica ideata da Laurie Nunn che sento di dover proteggere con assoluta certezza dichiarandola patrimonio dell’umanità seriale.

Ritornando a quelle ore in macchina allora mi sono chiesto, perché l’educazione sessuale non esiste come materia da insegnare nelle scuole, al pari dell’italiano e della matematica?

Io sinceramente un po’ mi stupisco del fatto che si chieda agli adolescenti di saper parlare, di riuscire a calcolare una percentuale per il Black Friday, senza insegnarli a come viversi e accettarsi anche nell’ambito di un “discorso amoroso” parafrasando in un certo senso il caro Barthes.

Servirebbe più sex education

Il sesso lasciato a se stesso viene travestito soprattutto in giovane età da una visione pornografica dove è ovvio, per chiunque avesse visto un film vietato ai minori, come la donna viene posta al centro di una pratica fisica rozza, inverosimile e priva di piacere. Una preda da cacciare e non come partner con cui vivere un’esperienza sana e consenziente.

Per il resto di quel viaggio mi sono sentito come stordito. Ripensavo al giorno prima e mi faceva forse rabbia sentire la necessità e la conseguente rassegnazione nel dover lasciare ad una serie televisiva (e fortuna che ci sia) l’ingrato compito sociale di parlare di violenza sessuale, e di insegnare anche in maniera leggera ad accettare la diversità, e quelle stupide imperfezioni che raccontano la bellezza e l’unicità del proprio corpo e di quello altrui.

Incredulo forse di come non si capisca la necessità di un ambiente familiare da vedere come “uno spazio sicuro in cui confidarsi”: rendo grazie a Jean Milburn per queste parole che ogni volta pronuncia a suo figlio Otis per aiutarlo ad aprirsi. Ma soprattutto che quello scolastico si svecchi dalle dinamiche classiche di insegnamento. Introdurre programmi al passo con i tempi anche con figure apposite che magari permettano ai più giovani di conoscersi con percorsi terapeutici senza sentirsi sbagliati. Essere ciechi di fronte alla violenza verbale e fisica degli adolescenti, che hanno paura di mostrare le proprie fragilità mi fa quasi rabbia.

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Otis e Jean

Il sesso legato all’educazione

Non frequento le scuole ma provare a creare delle zone di comfort dove poter tutelare e proteggere sarebbe bello. Evitare tragedie che continuano a ripetersi dove è solo fortuna se non si arrivi a gesti estremi per la vergogna. Far capire che il sesso è qualcosa di naturale, che può essere vissuto con fantasia senza sentirsi strani. Come non adorare l’amore alieno di Lily, che deve e può far parte della vita di chiunque senza la necessaria visione ancora forse maschilista di una merce di scambio e di possesso dell’altro come oggetto. Insegniamo alle ragazze a proteggersi senza capire che bisogna educare i ragazzi a non aggredirle.

Complimenti a Netflix che ha avuto il coraggio di legare la parola sesso alla parola educazione. Emozionato di fronte alla delicatezza nel trattare un argomento così vasto e complesso anche con ironia, intelligenza e naturalezza senza scadere nel volgare. Spero vivamente che tutti possano vederla. Ma che anche le scuole abbiano più coraggio ad affrontare parole come pene o vagina senza suscitare ilarità o scandalo. Intanto non mi resta che aspettare il ritorno di Maeve. Che sia la volta buona tra lei ed Otis?   

Antonio Di Dio

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